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I Big di Sanremo 2026: FEDEZ con MARCO MASINI


Questo è la prima collaborazione tra artisti con la loro storia, degna di essere raccontata separatamente.

Prima di raccontare l’incontro, vale la pena soffermarsi sui due percorsi che lo hanno reso possibile.
Quello di Marco Masini e quello di Fedez sono mondi lontani per epoca, linguaggio e contesto culturale. Uno nasce nel solco del cantautorato italiano più emotivo e viscerale, l’altro cresce dentro il pop-rap contemporaneo, tra ironia, successo mediatico e confessione personale.

Eppure, prima ancora della loro collaborazione, entrambi hanno attraversato un’evoluzione profonda, fatta di cambiamenti, ferite, maturazione e ricerca di verità emotiva.
In questo percorso non partiremo dall’incontro tra i due artisti, ma dalle loro individualità.

Attraverseremo le canzoni che li hanno trasformati, le fasi che li hanno definiti, le svolte che li hanno portati, da strade diverse, verso una stessa urgenza espressiva.
Solo dopo aver compreso chi sono stati separatamente, sarà possibile capire davvero perché la loro collaborazione non è stata un caso, ma il punto naturale di convergenza di due storie musicali.

FEDEZ - Tra fragilità esposta e potenza comunicativa

Negli ultimi quindici anni il panorama musicale italiano ha visto emergere figure capaci di andare oltre i confini del proprio genere di partenza. 
Tra queste, Fedez rappresenta uno dei casi più emblematici: artista nato nel rap underground milanese, diventato nel tempo un vero e proprio fenomeno culturale.

Amato, discusso, spesso polarizzante, ha costruito una carriera che mescola musica, esposizione personale, imprenditoria e presenza mediatica costante. 
Ma al di là delle polemiche e della sovraesposizione, il suo percorso artistico racconta una trasformazione profonda, che passa dall’ironia difensiva alla vulnerabilità consapevole, dall’underground al pop mainstream.

Muove i primi passi con uno stile crudo e diretto, fortemente legato al rap urbano e alla critica sociale. 
I primi singoli sono attraversati da rabbia, sarcasmo e voglia di rompere le regole. 
Brani come Si scrive schiavitù si legge libertà e Dai cazzo Federico mostrano un artista che si ribella alle etichette, al sistema e alle aspettative.
L’ironia diventa satira esplicita con Alfonso Signorini (eroe nazionale), dove Fedez prende di mira il mondo del gossip e della televisione come simboli di una società superficiale.
Ma proprio mentre sembra divertirsi a provocare, emergono le prime crepe emotive.




Con Cigno nero e Nuvole di fango la scrittura si fa più malinconica. 
Il successo non è solo festa: è confusione, solitudine, smarrimento. 
Il “cigno nero” diventa metafora di una fragilità nascosta dietro l’immagine pubblica. È la prima vera svolta emotiva del suo percorso.

Il passaggio definitivo al mainstream arriva con la fusione tra rap e pop, che lo rende accessibile a un pubblico molto più ampio senza perdere la componente narrativa.




Negli anni successivi Fedez allarga lo sguardo alla sua generazione.
In Generazione bho racconta un’epoca sospesa, senza certezze, fatta di sogni e frustrazioni.
Con Magnifico torna la voglia di credere in qualcosa di luminoso, ma sempre accompagnata da una malinconia sottile perché il sogno è grande, ma difficile da raggiungere.
Poi arriva una fase più intima e disillusa.
Con L’amore eternit e 21 grammi, l’amore smette di essere favola romantica e diventa qualcosa che consuma, che pesa, che lascia cicatrici. Le relazioni vengono raccontate come fragili costruzioni emotive, spesso destinate a crollare.




Quando la musica di Fedez esplode nel mainstream con sonorità più leggere e catchy, il contrasto tra ritmo e contenuto diventa uno dei suoi tratti distintivi.
Vorrei ma non posto e Assenzio sembrano canzoni spensierate, ma in realtà parlano di una società iperconnessa e vuota, di persone che mostrano felicità sui social mentre si sentono sole. Il divertimento convive con una critica amara all’alienazione contemporanea.

Nello stesso periodo, con brani come Piccole cose, Senza pagare e Sconosciuti da una vita, racconta l’amore quotidiano, quello che rischia di spegnersi nella routine, tra desiderio di leggerezza e difficoltà di restare insieme.
È una fase di enorme successo commerciale, ma emotivamente ambigua.




Il vero cambio di passo arriva con Prima di ogni cosa.
Qui Fedez abbassa definitivamente l’armatura. L’ironia e la provocazione lasciano spazio a una vulnerabilità esplicita e l’amore viene raccontato come ancora di salvezza, come punto fermo in mezzo al caos interiore.
Da questo momento in poi, la fragilità diventa il cuore della sua musica.
Con Che cazzo ridi emerge una rabbia più profonda e meno giocosa, rivolta verso chi minimizza il dolore altrui.
Con Holding Out for You torna una dimensione più dolce, ma sempre attraversata dall’insicurezza.




Il 2020 segna una delle fasi più intense della sua carriera.
Le feste di Pablo è un ritratto potentissimo della solitudine nascosta dietro il successo e l’eccesso: la festa come copertura del vuoto interiore.
Con Problemi con tutti e Bimbi per strada lo sguardo si fa più sociale e disilluso.
Bella storia, invece, sembra un tentativo di reagire, di cercare luce dopo tanta introspezione.
Negli anni successivi Fedez continua a oscillare tra leggerezza e profondità.
Chiamami per nome racconta l’amore come relazione autentica, fatta di fragilità condivise.
Mille porta un’estate spensierata, mentre Meglio del cinema torna al romanticismo intenso.
Con Morire morire e Sapore riaffiora l’inquietudine emotiva.
Nel 2022 il contrasto diventa ancora più evidente:
La dolce vita sembra celebrare evasione e divertimento, mentre Viola e Crisi di stato riportano in primo piano rabbia e tensione interiore.




Negli ultimi anni Fedez sperimenta nuovi linguaggi.
Con Disco Paradise gioca con la nostalgia pop e il divertimento collettivo.
Con Sexy shop, Rosalía, Di Caprio e Allucinazione collettiva spinge su sonorità più aggressive e immagini sopra le righe, come se stesse cercando nuove forme per raccontare un’identità in continua trasformazione.
Il 2025 segna una fase di piena introspezione.
In Battito la fragilità mentale viene raccontata senza filtri: ansia, panico, il corpo che reagisce al dolore emotivo.
In Bella stronza, reinterpretata insieme a Marco Masini, Fedez rilegge la rabbia amorosa in una chiave più matura.
Con Scelte stupide, Temet nosce e Telepaticamente emerge un artista sempre più riflessivo, concentrato sulla consapevolezza di sé e sulle dinamiche emotive.




Al di là dei gusti personali, l’impatto di Fedez sulla musica italiana è evidente:
ha portato il rap nelle case di tutti, ha normalizzato il racconto della salute mentale nel mainstream, ha dimostrato che vulnerabilità e successo possono convivere.

Il suo percorso non è lineare. È fatto di slanci, contraddizioni, fughe nella leggerezza e ritorni profondi dentro sé stesso.

Dalla provocazione alla confessione.
Dall’ironia alla vulnerabilità.
Dalla critica sociale all’introspezione.

Fedez non è soltanto una collezione di hit in classifica.
È lo specchio di una generazione cresciuta tra social network, insicurezze, desiderio di riscatto e bisogno di essere vista e ascoltata.
Un artista che divide, sì.
Ma che ha avuto, e continua ad avere, il coraggio di smontare il proprio personaggio pubblico per mostrarsi per quello che è, profondamente umano.

MARCO MASINI - La voce ruvida dell’anima italiana

Nel panorama della canzone italiana, Marco Masini occupa il posto degli artisti capaci di raccontare dolore, amore e disillusione senza filtri, con una sincerità spesso scomoda ma sempre autentica, insieme a ochissimi altri. 
La sua musica non cerca consolazioni facili, scava nelle pieghe dell’esperienza umana e, proprio per questo, continua a parlare a generazioni diverse.

Quando Masini entra nel cuore della scena, lo fa come una ferita aperta. 
Non cerca equilibrio, non addolcisce le emozioni ma le espone. 
I primi singoli sembrano provenire da un’urgenza interiore che non conosce misura. 
Con Disperato racconta l’inadeguatezza, la fatica di vivere, il sentirsi sempre un passo fuori dal mondo: un dolore istintivo, quasi adolescenziale nella sua intensità. 
Subito dopo, con Perché lo fai, l’amore diventa subito tormento non spazio di serenità, ma bisogno che ferisce, attaccamento che consuma. 
È la fase dell’urgenza, in cui ogni sentimento è una ferita aperta.

In quei primi anni, Masini rompe con l’immagine romantica ed edulcorata del cantautore tradizionale, introducendo testi diretti, a tratti durissimi, capaci di parlare a una generazione in cerca di verità. 
Porta una rabbia emotiva nuova per la musica leggera italiana: non una posa, ma uno sfogo vero.

Poi arriva il tempo delle favole sbagliate, delle promesse che si incrinano.
In Cenerentola innamorata racconta l’illusione romantica che non funziona, il sogno che non trova il suo lieto fine, la donna non è più la principessa dei sogni, ma una figura imperfetta, fragile, che non riesce a vivere dentro la favola promessa. 
Con Principessa l’illusione continua: c’è ancora il desiderio di salvare, di credere che l’amore possa trasformare tutto, ma già si avverte una malinconia di fondo. 
È il periodo in cui Masini oscilla tra sogno e disincanto.




Qui prende forma una delle sue qualità più riconoscibili: saper dire ad alta voce ciò che spesso non si ha il coraggio di pronunciare. 
La sua poetica della fragilità non è mai decorativa, è una lente che mostra l’intero spettro emotivo dell’amore, dal bisogno al rimpianto.

Poi l’incanto si spezza, e lo fa con violenza.
Con Vaffanculo il dolore si trasforma in sfogo diretto, senza mediazioni. Le parole diventano armi, l’amore non è più rifugio ma tradimento, inganno, frustrazione. 
E con Bella stronza la delusione diventa rabbia che esplode in frasi crude; non c’è più idealizzazione, l’amore è crollato e lascia macerie. 
Queste canzoni dividono, scandalizzano, ma restano perché raccontano una verità emotiva che molti riconoscono: la parte più istintiva e meno “educata” del dolore, quella che spesso si reprime.




Dopo l’urlo arriva il bisogno di pace.
Con Ci vorrebbe il mare Masini cambia completamente tono: il mare non è solo paesaggio, è simbolo di purificazione. Prendere distanza, respirare, lasciar andare. È il luogo mentale dove ripulire le ferite e ricominciare a respirare. Qui si chiude la giovinezza emotiva, non perché il dolore sparisca, ma perché cambia il modo di guardarlo.

Da questo punto in poi, la sua musica inizia a interrogarsi sul tempo, sulle scelte, su ciò che resta dopo le tempeste. La scrittura smette di essere solo esplosione e diventa riflessione.

La carriera di Masini non è stata lineare. Tra polemiche, voci infondate e un periodo di oscuramento mediatico, ha conosciuto anche l’ombra del silenzio. È una fase che, col senno di poi, appare quasi coerente con la sua poetica e quando la vita pesa davvero, le canzoni smettono di essere un palco e tornano a essere una stanza.




È anche il tempo in cui emerge una malinconia più matura. 
Brani come Malinconoia mostrano un uomo che convive con la tristezza, non più come nemica, ma come parte della propria sensibilità. La sofferenza non viene più urlata ma osservata.

Poi arriva la ricostruzione, e porta un nome preciso.
In L’uomo volante l’amore non è più possesso o rabbia, ma responsabilità, protezione, futuro. È una svolta profonda: Masini parla di crescita, di maturità, di costruzione di qualcosa che duri. È il passaggio dall’istinto alla cura.




Negli anni successivi la sua scrittura diventa sempre più riflessiva e lucida. 
L’intensità resta, ma cambia forma. 
Brani come Che giorno è, Spostato di un secondo e Il confronto raccontano rapporti adulti fatti di silenzi, dialoghi interiori, rimpianti leggeri ma costanti. 
Non c’è più la tempesta emotiva degli inizi, c’è consapevolezza malinconica. 
L’amore diventa confronto, non scontro; bilancio emotivo, non detonazione.




Il viaggio di Masini attraverso le sue canzoni è quello di una crescita reale, dalla disperazione all’illusione, dall’illusione alla rabbia, dalla rabbia alla guarigione, dalla fragilità alla maturità. 
Non ha mai indossato maschere, ha semplicemente raccontato ogni fase della vita mentre la viveva. 
Ed è per questo che le sue canzoni continuano a parlare a chiunque abbia amato, sofferto, sbagliato e ricominciato.

In un’industria spesso dominata dalle mode, Marco Masini ha scelto la coerenza emotiva. 
Ha continuato a scrivere canzoni profonde, personali, senza piegarsi alle tendenze, mantenendo un rapporto sincero con il suo pubblico. 
È un percorso in cui la credibilità non nasce dall’immagine, ma dal coraggio di restare fedele a ciò che si è.
E questa coerenza spiega la sua eredità emotiva, perché Masini ha insegnato che anche la sofferenza può diventare musica che unisce. 
Le sue canzoni hanno accompagnato amori finiti, rinascite personali, momenti di solitudine e di forza. Una colonna sonora fatta di verità nude, senza abbellimenti.

Marco Masini è una voce che non cerca approvazione, ma comprensione. 
Un cantautore che ha trasformato le ferite in parole e le parole in canzoni capaci di restare nel tempo. Ascoltarlo significa accettare di guardarsi dentro, senza sconti, ma con profondità.

Il rapporto di Masini con Festival di Sanremo inizia dietro le quinte, quando ancora non è “Marco Masini” nel senso pieno del nome.

Nel 1987 è pianista che accompagna i vincitori del Festival, un’esperienza formativa che lo mette a contatto diretto con il grande palco e con i meccanismi della macchina sanremese. 
Nel 1988 arriva la prima porta chiusa e viene scartato con Uomini
Col senno di poi, proprio quel rifiuto renderà ancora più potente l’esplosione immediatamente successiva.

Nel 1990 vince le Nuove Proposte con Disperato: l’urlo emotivo che segna il debutto ufficiale. 
Nel 1991 ottiene il 3º posto tra i Campioni con Perché lo fai: la conferma che non è una meteora. 
In pochi anni diventa una delle voci più forti e discusse della musica italiana.
Negli anni successivi attraversa alti e bassi, e il Festival diventa per lui non solo gara ma racconto di resilienza. 




Nel 2000 si classifica 15º con Raccontami di te, un ritorno più in sordina, specchio di una fase di transizione. 
Nel 2004 arriva la vittoria con L’uomo volante, simbolo della rinascita artistica ed emotiva, una canzone intensa che parla di responsabilità e speranza, riportandolo al centro della scena. 
Nel 2005 è finalista con Nel mondo dei sogni, continuando sulla scia del riscatto con un brano più luminoso ma profondamente umano. 
Nel 2009 torna finalista con L’Italia, un pezzo dal valore simbolico e sociale che dimostra la sua capacità di guardare oltre il privato.




Accanto alle partecipazioni in gara, si impone anche come presenza “trasversale” e nel 2010 è ospite in duetto con Povia su “La verità”, un momento fuori classifica ma dentro il dibattito. Nel 2016 firma da autore “La borsa di una donna” (8º posto), confermando il suo peso nella scrittura musicale italiana.
Poi le nuove partecipazioni: nel 2015 chiude 6º con Che giorno è, mostrando un Masini maturo e meno rabbioso, ma sempre intenso; nel 2017 è 13º con Spostato di un secondo, riflessione sul tempo e sulle occasioni mancate; nel 2018 torna come ospite in duetto con Red Canzian, in un incontro generazionale che celebra la narrazione emotiva; nel 2020 è 15º con Il confronto, brano quasi teatrale sulle ferite dell’amore adulto.
Infine il ritorno simbolico: nel 2025 è ospite di Fedez nella serata duetti con “Bella stronza”, con un 3º posto nella serata. Masini è uno degli artisti che più hanno attraversato le ere del Festival, trasformandolo in una vera autobiografia musicale.

Ma non posso dimenticare una "chicca" di cui non tutti sono a conoscenza.
L’Eurovision 1987: una tappa internazionale agli inizi
Prima del successo da solista, Masini vive anche un’esperienza importante nel panorama internazionale: partecipa all’Eurovision Song Contest 1987 come corista e tastierista per l’Italia. Supporta Umberto Tozzi, che segue da alcuni anni nei tour e nelle esperienze internazionali, e Raf che cantano “Gente di mare”. La canzone si classifica terza, segnando un ottimo risultato per l’Italia in quell’edizione.
Una delle prime esperienze importanti per il giovane Masini, prima dell’affermazione solista alla fine degli anni ’80.

La collaborazione - I percorsi di Marco Masini e Fedez finiscono per incrociarsi

Metterli vicini, sulla carta, sembra quasi un azzardo: uno arriva da un’idea di canzone in cui la voce è corpo, attrito, cicatrice esposta; l’altro da un ecosistema in cui il brano è anche narrazione pubblica, frammento condivisibile, linguaggio di massa. 
Eppure, se si osservano le loro traiettorie appena ripercorse, quello che emerge è il movimento comune di due artisti che, partendo da strumenti diversi, hanno progressivamente spinto la musica verso un punto preciso: la sincerità come forma di potere.

La prima differenza è psicologica.
Nel cantautorato “ruvido”, la parola nasce per ferire (o per difendersi ferendo). Nel pop-rap contemporaneo, la parola spesso nasce come protezione, con ironia, velocità, intelligenza sociale, capacità di stare nel flusso e dominarlo. 
Sono due strategie opposte che, col tempo, tendono a somigliarsi ed entrambe rivelano una vulnerabilità che cerca un modo efficace per non soccombere.
In altre parole, uno usa la voce per esporsi subito; l’altro costruisce una corazza narrativa e, lentamente, la smonta. 
La destinazione, però, è la stessa.

A renderli compatibili non è la somiglianza, ma la complementarità.

Masini lavora per densità: una frase deve pesare, restare, mettere l’ascoltatore davanti a qualcosa di scomodo. La sua grammatica emotiva è vertical,: scende in profondità e ci rimane.
Fedez lavora per attrazione: un concetto deve circolare, entrare nel discorso collettivo, diventare “detto” anche da chi normalmente non lo direbbe. La sua grammatica emotiva è orizzontale: si diffonde, si aggancia ai codici del presente, li piega a un contenuto più personale.

Quando due grammatiche così diverse arrivano a parlare dello stesso nucleo fatto di fragilità, bisogno e contraddizione, la distanza non è più ostacolo ma diventa amplificatore.

I loro percorsi sono scritti anche dall’epoca.
Masini nasce in una stagione in cui l’artista veniva giudicato soprattutto sulla “tenuta” della voce e sulla credibilità del testo: l’emozione era un fatto privato reso pubblico con la musica, non con la quotidianità condivisa.
Fedez cresce in un tempo in cui l’identità dell’artista è un racconto continuo, in cui il pubblico non ascolta solo le canzoni, ma segue un personaggio, commenta, interpreta, pretende una coerenza (o una contro-coerenza) anche fuori dal brano. In questo contesto, la vulnerabilità può diventare contenuto, ma anche rischio: se la esponi, ti appartiene meno.

Il risultato è che entrambi, in modi diversi, hanno dovuto negoziare la stessa domanda: quanto posso dare di me senza perdermi?
La risposta non è teorica, si sente nella loro musica.

C’è un punto in cui l’espressione smette di essere pura esplosione e diventa scelta. È lì che i due percorsi, pur restando distinti, iniziano a convergere.
Masini trasforma l’energia emotiva in sguardo, dal colpo diretto alla capacità di osservare il dolore, di dargli un perimetro, di non esserne solo travolto. La maturità, nel suo caso, è un lavoro di forma, non attenuare, ma rendere più leggibile.
Fedez compie il movimento inverso, dal controllo del personaggio alla sospensione del personaggio stesso. La maturità, nel suo caso, è un lavoro di sottrazione, non aggiungere maschere più sofisticate, ma rinunciare alla necessità di proteggerne una.

È qui che la distanza generazionale smette di contare. Perché la direzione è identica: passare dall’istinto alla consapevolezza.

Quando due artisti si “uniscono”, il rischio è sempre che uno diventi citazione dell’altro, o che il risultato sia un compromesso tiepido. Qui succede qualcosa di più raro e l’incrocio non appiattisce, ma evidenzia le differenze.
Da un lato c’è la tradizione del cantautore che “sta” nel testo, lo regge con la voce, lo fa valere per peso specifico. 
Dall’altro c’è la contemporaneità di un artista abituato a far convivere molte identità (musicale, pubblica, comunicativa) e a farle suonare insieme.
Il dialogo, quindi, non è “chi assomiglia a chi”, ma che cosa succede quando la durezza di un linguaggio incontra la velocità dell’altro. La risposta è potente e l’uno costringe a rallentare e sentire; l’altro costringe a far arrivare quel sentimento a più persone, senza perderlo per strada.
Perché il loro incrocio parla al presente.
Il vero motivo per cui la loro traiettoria condivisa funziona non è nostalgico e non è generazionale ma culturale.
Oggi il pubblico è diviso tra due fami diverse: la fame di autenticità (sentire qualcosa di vero, anche se fa male) e la fame di accessibilità (capire subito, condividere, far circolare).
Masini incarna la prima in modo naturale. Fedez incarna la seconda come abilità contemporanea. Insieme, mostrano che non è obbligatorio scegliere e che si può essere intensi e popolari, scomodi e comunicativi, fragili e autorevoli.

Non serve ripercorrere i titoli o le tappe per capirlo, basta guardare la direzione delle due curve. Una parte da una voce “di carne” e diventa sempre più sguardo. L’altra parte da un racconto “di superficie” e diventa sempre più confessione.
Due strade diverse, sì.
Ma lo stesso approdo che porta a trasformare l’emozione non in spettacolo ma in linguaggio condiviso e condivisibile.




 

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