Gli Autori di Sanremo 2026: Terza parte, gli Autori di Filiera meno frequenti e gli Autori "Usa e Getta"
Gli autori invisibili di Sanremo sono coloro per cui la canzone diventa lavoro, non identità.
C’è una parte del Festival di Sanremo che non produce mito, non genera narrazione e non lascia memoria.
È la parte che consente al Festival di funzionare. Qui operano gli autori che non vengono chiamati per ciò che rappresentano, ma per ciò che sanno fare in modo efficiente, rapido, compatibile.
Non sono figure carismatiche né portatori di un linguaggio riconoscibile.
Sono, piuttosto, professionisti della tenuta del sistema.
Ogni edizione del Festival di Sanremo si regge su un paradosso perché celebra l’eccezionalità dell’evento mentre funziona grazie alla ripetizione di processi altamente standardizzati.
In questo spazio, lontano dalla narrazione dell’ispirazione e dalla mitologia dell’autore, operano gli autori di filiera, di cui abbiamo già iniziato a parlare ieri.
Non sono protagonisti, non sono simboli, non sono portatori di una visione autonoma.
Sono, piuttosto, operatori della continuità, figure che rendono possibile il Festival come infrastruttura culturale e industriale.
Autori come Federico Nardelli, Alessandro Donadei ed Enrico Brun incarnano una forma di autorialità che non cerca riconoscimento pubblico.
Il loro lavoro non consiste nel lasciare un’impronta stilistica evidente, ma nel garantire che una canzone arrivi a compimento secondo parametri precisi di durata, struttura, compatibilità radiofonica, equilibrio tra testo e arrangiamento.
In questa logica, l’autore non è un’identità, ma ha una funzione precisa.
Federico Nardelli
Enrico Brun
La filiera vive di affidabilità.
Figure come Luca Faraone e Stefano Marletta vengono chiamate non per spostare il baricentro espressivo di un brano, ma per mantenerlo stabile.
Il loro contributo è spesso invisibile all’ascolto, ma decisivo nella costruzione finale poiché raccordano linguaggi diversi, normalizzano eccessi, rendono coerente ciò che nasce frammentato.
È una scrittura che non chiede attenzione, ma pretende efficienza.
Luca Faraone
Stefano Marletta
All’interno di questo stesso perimetro si muovono autori come Pietro Celona e Fabiano Pagnozzi, figure che lavorano quasi sempre in relazione ad altri, raramente in posizione centrale.
La loro forza non è l’autonomia, ma la capacità di inserirsi senza attrito in una squadra già formata.
La filiera non premia l’originalità, premia la compatibilità. Chi eccede viene espulso; chi si integra resta disponibile.
Pietro Celona
Fabiano Pagnozzi
La stessa logica attraversa i percorsi di Alessandro Casali (Mediterraneo) e Francesco Savini, autori che operano come snodi intermedi tra intuizione artistica e prodotto finale. Non determinano la direzione, ma ne assicurano la percorribilità. Il loro lavoro è di mediazione costante: tra artista ed etichetta, tra ambizione creativa e limiti produttivi, tra linguaggio personale e formato televisivo.
Alessandro Casali
Francesco Savini
Nel cuore più tecnico della filiera troviamo profili come Alessandro Caiazza, Vito Petrozzino e Riccardo Romito. Qui l’autorialità tende a dissolversi quasi del tutto, mentre il contributo individuale diventa una frazione di un ingranaggio più grande.
Non c’è firma riconoscibile, non c’è racconto pubblico, non c’è accumulo di capitale simbolico.
C’è solo la prestazione, misurata sulla capacità di rispondere a una richiesta precisa in tempi certi.
Alessandro Caiazza
In questo stesso orizzonte si colloca Marco Spaggiari, autore che incarna perfettamente l’idea di filiera come continuità professionale. La sua presenza non segnala una svolta, ma una garanzia. Non introduce fratture, non apre nuovi spazi: consolida ciò che già esiste. Ed è proprio per questo che il sistema continua a chiamarlo.
Marco Spaggiari
Gli autori di filiera non sono figure minori.
Al contrario, sono centrali per la sopravvivenza del Festival.
Senza di loro, Sanremo non potrebbe sostenere il proprio carico produttivo, né mantenere quella regolarità che lo rende riconoscibile anno dopo anno.
Tuttavia, il loro potere è interamente funzionale. Non sono chiamati a decidere, non orientano, non imprimono direzione.
Tengono in piedi ciò che altri firmano come nomi centrali.
In un contesto che ama raccontarsi come luogo di scoperta e rinnovamento, gli autori di filiera rappresentano la verità meno narrabile del Festival: Sanremo non cambia perché è costruito per non cambiare.
E loro sono gli artigiani silenziosi di questa stabilità.
Poi ci sono quegli autori di contorno e altri che alcuni definiscono “usa e getta”, che rappresentano il perimetro sacrificabile di Sanremo.
Ogni Festival di Sanremo ha un centro riconoscibile, fatto di artisti, firme forti, figure che ritornano e che costruiscono continuità.
Ma attorno a questo centro esiste un perimetro molto più ampio e silenzioso, popolato da autori convocati per una funzione minima, spesso circoscritta a un singolo passaggio creativo, senza che il sistema preveda per loro una traiettoria futura.
Sono gli autori di contorno e quelli che, con una definizione brutale ma efficace, possono essere definiti “usa e getta”.
In questa zona non si entra per mancanza di talento, ma per assenza di potere contrattuale e simbolico. Il Festival non chiede a questi autori una visione, né un’identità riconoscibile: chiede una prestazione puntuale. Una volta ottenuta, il rapporto si esaurisce.
Per Davide Castroni, Gianluigi Fazio e Pietro Bagni, la presenza a Sanremo risponde a una logica ancora più chiara: sono chiamati perché disponibili, compatibili, rapidamente integrabili. Non costruiscono continuità perché non è previsto che lo facciano. Il Festival li usa come risorsa temporanea, senza investire sulla loro permanenza nel sistema.
Gianluigi Fazio
Pietro Bagni
La stessa marginalità programmata caratterizza Fausto Cigarini, Saverio Cigarini e Matteo Pigoni, coinvolti come parti di un ingranaggio più grande. Qui l’autorialità è quasi del tutto diluita: non esiste un “prima” e non è previsto un “dopo”. Il loro nome compare nei crediti, ma non entra mai nella narrazione pubblica dell’evento.
Fausto Cigarini
Con Pietro Paroletti la funzione è ancora più circoscritta: una collaborazione puntuale, senza che il Festival riconosca la necessità di trasformarla in relazione stabile. È una presenza che serve a risolvere un’esigenza immediata, non a costruire una traiettoria.
Nel caso di Andrea Spigaroli e Simone Borrelli, la marginalità deriva dal contesto collettivo in cui operano. Inseriti in progetti corali, il loro apporto viene letto come parte indistinta di un insieme. Il sistema non ha interesse a isolarne il contributo, perché farlo significherebbe riconoscere un valore individuale che non intende capitalizzare.
Andrea Spigaroli
Simone Borrelli
Una dinamica analoga riguarda Lorenzo Iaschi e Vincenzo Leone, coinvolti come autori di supporto in un progetto che ha già un’identità chiara altrove, contribuendo alla stesura del testo di Eddie Brock, che fa Iaschi di cognome. Qui il Festival non cerca nuove voci, ma stabilità interna al progetto. Il loro ruolo è funzionale, non generativo.
Per Salvatore Sellitti, Luca Stocco e Vittorio Coppola, la convocazione risponde a una logica quasi amministrativa: completare un team, garantire una pluralità formale di firme, senza che ciò si traduca in reale apertura. La loro presenza non mette in discussione nulla e proprio per questo non viene prolungata.
Luca Di Biasi (Dibla) e Giorgio De Lauri (Jiz) rappresentano bene la condizione dell’autore che lavora in una zona di servizio: utili finché servono, intercambiabili una volta esaurita la funzione. Il sistema non li espelle, semplicemente non li richiama.
Luca Di Biasi (Dibla)
Giorgio De Lauri (Jiz)
Con Carlo Avarello, Noemi Bruno, Alfredo Bruno, Fabio Barnaba e Salvatore Mineo si entra nel territorio più delicato degli autori di contorno puro. Qui il contributo è reale ma completamente subordinato. Sono figure che lavorano all’interno di una visione altrui, senza spazio per negoziare un’identità propria.
Carlo Avarello
Noemi Bruno
Alfredo Bruno
Fabio Barnaba
Salvatore Mineo
La loro esclusione dal circuito stabile non è un giudizio di valore, ma una conseguenza della loro posizione nel processo.
Infine, Francesco "Kekko" D’Alessio non rientra nella logica dell’autore "usa e getta" perché non è un nome sacrificabile né occasionale.
Il suo ruolo è quello di autore di supporto stabile, non di firma temporanea.
Non viene convocato casualmente dal sistema, lavora in un perimetro relazionale preciso e duraturo ed è inserito in una rete familiare e territoriale forte (cugino di LDA, nipote di Gigi D’Alessio, ha scritto per alcuni nomi molto importanti sulla scena campana) il suo contributo è interno a un progetto, non accessorio al Festival.
Il sistema non lo usa e non lo scarta, semplicemente non lo espone.
Questi autori condividono una condizione precisa, non sono previsti nel futuro del Festival.
Non perché siano inadatti, ma perché il loro ruolo è stato definito fin dall’inizio come accessorio. Servono a far funzionare la macchina, non a orientarla.
Sono chiamati quando c’è bisogno di manodopera creativa, non quando c’è bisogno di visione.
Sanremo ha bisogno di questa zona sacrificabile per mantenere la propria flessibilità.
Gli autori di contorno e quelli “usa e getta” sono il costo nascosto della stabilità del sistema.
Senza di loro, il Festival non riuscirebbe a reggere il proprio carico produttivo.
Con loro, però, può permettersi di non cambiare mai davvero.
Ed è proprio in questa contraddizione che si rivela la natura più profonda del Festival: un luogo che celebra la canzone, ma governa rigidamente chi può restare e chi, invece, deve solo passare.
Sono autori che lavorano per prossimità artistica e relazionale, chiamati per fiducia sulle loro capacità di mediazioni, non sono serializzati, alcuni risultano invisibili mediaticamente ma presenti nel tempo. Sono figure che il Festival non assorbe, ma nemmeno consuma.

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