Il ruolo dei cantautori a Sanremo: identità, controllo e negoziazione
Nel dibattito musicale italiano, la parola “cantautore” viene spesso usata come sinonimo di qualità, autenticità o profondità.
È una scorciatoia rassicurante, ma imprecisa.
A Sanremo, e più in generale nel sistema pop contemporaneo, il cantautore non è una garanzia estetica, bensì è una posizione operativa.
Indica un artista che scrive, da solo o con un team, le canzoni che interpreta, assumendosi una quota di controllo sul contenuto e, al tempo stesso, una responsabilità precisa nel funzionamento del progetto.
In questo senso, il cantautore non è un’alternativa al sistema, ma una delle sue figure più utili.
La sua funzione principale non è elevare il livello artistico del Festival, a parte qualcuno che rientra ancora nella definizione autorevole del termine, bensì rendere più stabile il rapporto tra artista, canzone e pubblico.
Un brano scritto dall’interprete è più facile da raccontare, da legittimare, da difendere mediaticamente. Offre una narrazione pronta: “questa canzone parla di me”, “nasce da un’esperienza personale”, “racconta una fase della mia vita”.
È un capitale simbolico che il Festival utilizza con attenzione.
Il cantautore, quindi, non entra in gioco per rompere le regole, ma per rafforzarle.
Scrivendo la propria canzone, l’artista riduce il rischio di disallineamento tra voce e testo, tra immagine pubblica e contenuto.
Il sistema, dal canto suo, accetta e incoraggia questa forma di autorialità perché è prevedibile.
Anche quando il linguaggio sembra personale o confessionale, resta inscritto in una cornice condivisa, negoziata con editori, produttori, arrangiatori.
Un altro aspetto cruciale è il rapporto tra cantautore e team.
L’idea romantica dell’artista che scrive tutto da solo è ormai residuale.
Nella maggior parte dei casi, il cantautore lavora all’interno di una scrittura collettiva, in cui il suo ruolo è quello di garante dell’identità più che di autore unico.
Porta temi, immagini, direzioni emotive; il team le traduce in forma, struttura, durata, ritornello.
Questa dinamica consente al sistema di mantenere standard elevati di compatibilità senza rinunciare alla sensazione di autenticità.
In questo equilibrio si gioca una partita delicata.
Il cantautore deve apparire autonomo, ma non troppo; personale, ma non idiosincratico; coerente, ma non rigido.
Quando riesce a mantenere questa posizione intermedia, diventa una risorsa preziosa.
Può tornare, essere richiamato, costruire una continuità.
Quando invece spinge troppo sull’autorialità come affermazione identitaria, rischia di diventare ingombrante.
Il sistema tollera l’autonomia finché non mette in discussione la governabilità.
È importante sottolineare che il ruolo del cantautore non coincide con una gerarchia di valore.
Ci sono cantautori che producono canzoni deboli e interpreti che, pur non scrivendo, restituiscono brani complessi e incisivi.
A Sanremo, la distinzione non è tra chi è “bravo” e chi non lo è, ma tra chi gestisce direttamente il proprio racconto e chi lo delega.
Il cantautore è colui che si assume la paternità del testo, anche quando questa paternità è condivisa, mediata, talvolta solo parziale.
Proprio per questo, il Festival utilizza i cantautori come figure di stabilizzazione.
In un contesto in cui le canzoni cambiano rapidamente, le mode si succedono e il pubblico è frammentato, il cantautore offre un’ancora narrativa.
Non importa che il brano sia rivoluzionario, importa che sia credibile.
E la credibilità, in televisione, è spesso più importante dell’innovazione.
Alla fine, il cantautore a Sanremo non è il custode di una purezza artistica, ma un mediatore.
Media tra esperienza individuale e formato collettivo, tra esigenza espressiva e logica industriale, tra desiderio di controllo e necessità di compromesso.
È una figura che non vive fuori dal sistema, ma nel suo punto di massima tensione.
Capire questo significa liberare il termine “cantautore” da un’aura mitologica che non gli appartiene più.
Non perché abbia perso valore, ma perché il suo valore oggi è funzionale, non morale.
Scrivere le proprie canzoni non rende automaticamente migliori; rende semplicemente più visibili, più narrabili, più gestibili.
Ed è esattamente per questo che Sanremo continua ad averne bisogno.
Nel panorama di Sanremo, la partecipazione dell’artista alla scrittura del proprio brano non ha un significato unico.
Può indicare controllo narrativo, presidio identitario, mediazione con il team o, in alcuni casi, un vero e proprio atto fondativo.
È una scala di responsabilità, non una medaglia.
Significa, piuttosto, assumersi una posizione. Ogni artista che mette mano al testo o alla musica decide quanto del proprio corpo, della propria storia e della propria immagine vuole far entrare nel brano.
In questo senso, l’autorialità è una forma di esposizione, ma anche di controllo.
Scrivere a Sanremo: forme diverse di responsabilità autoriale
Arisa
Nel percorso di Arisa, l’autorialità non è mai stata una bandiera identitaria, ma una necessità intermittente.
Quando interviene nella scrittura, lo fa per rientrare nel testo, per evitare quella distanza che talvolta può crearsi tra una voce molto esposta emotivamente e parole pensate da altri.
Il suo contributo serve a riallineare il canto alla biografia, non a imporre uno stile.
Scrivere, per Arisa, è un gesto di riappropriazione, non di controllo: entra nel brano per riconoscersi, non per dominarlo.
Chiello
Chiello non può separare la scrittura dall’interpretazione perché il suo progetto nasce proprio da questa coincidenza.
Il testo è parte del corpo, non una struttura esterna da abitare.
La sua partecipazione autoriale è indispensabile per mantenere quella fragilità esposta che caratterizza il suo linguaggio.
Delegare significherebbe smussare gli spigoli, rendere più ordinaria una voce che invece vive di rotture, immagini improvvise e vulnerabilità non mediata.
Dargen D'Amico
Per Dargen D’Amico la scrittura non è solo produzione di testo, ma costruzione di senso.
Il suo ruolo autoriale agisce sul piano concettuale, attraverso il ritmo delle parole, l'ambiguità semantica, l'ironia come dispositivo critico.
La sua firma garantisce che la canzone non diventi mai un semplice contenitore melodico.
Anche a Sanremo, la sua scrittura serve a mantenere il brano come oggetto pensante, capace di funzionare e, allo stesso tempo, di mettere in discussione ciò che funziona.
Ditonellapiaga
Nel caso di Ditonellapiaga, la partecipazione alla scrittura non è una dichiarazione di poetica, ma una forma di autodifesa artistica, per quanto lei costruisca sempre i suoi brani con il suo team che vede quasi sempre gli stessi nomi.
Il suo intervento serve a impedire che il brano venga completamente normalizzato da una produzione che tende a rendere tutto compatibile.
Scrivere significa presidiare il timbro, il ritmo interno della frase, la postura emotiva.
Anche quando lavora con altri autori, la sua firma agisce come correttivo: non costruisce la forma, ma ne limita la deriva. L’autorialità, qui, è un gesto di contenimento, non di espansione. È il modo con cui mantiene una distanza critica dal formato senza rifiutarlo.
Eddie Brock
Per Eddie Brock, la scrittura è coincidenza totale tra identità e progetto.
Non esiste una separazione funzionale tra autore e interprete, perché il brano nasce all’interno dello stesso immaginario che l’artista porta sul palco.
Il suo contributo non serve a “personalizzare” una canzone, ma a renderla possibile.
Scrivere è un atto strutturale, non opzionale e garantisce coerenza narrativa, tono e visione.
In questo senso, Eddie Brock non usa l’autorialità per legittimarsi, ma perché senza di essa il progetto perderebbe senso e direzione.
Enrico Nigiotti
L’autorialità di Enrico Nigiotti è una pratica di continuità.
Non interviene per affermare una cifra nuova, ma per mantenere una traiettoria emotiva riconoscibile nel tempo.
Scrivere, per lui, significa evitare lo scollamento tra ciò che canta e ciò che è stato fino a quel momento. Anche quando il lavoro è condiviso, la sua presenza serve a garantire che il brano non sembri un esercizio esterno.
L’autore qui agisce come custode di un percorso, non come sperimentatore.
È una scrittura che protegge la coerenza più che l’originalità.
Ermal Meta
Ermal Meta esercita un’autorialità consapevole del contesto in cui opera.
Scrivere non significa raccontare se stesso in modo diretto, ma costruire testi che possano sostenere un’esposizione amplificata come quella di Sanremo.
La sua firma lavora sulla responsabilità della parola, ogni verso è pensato per reggere letture diverse, intime e collettive.
Partecipare alla stesura è un modo per governare il peso simbolico del brano, evitando che il testo diventi puro ornamento emotivo.
È un’autorialità che misura, calibra, filtra.
Fedez
Nel caso di Fedez, l’autorialità è inseparabile dalla gestione del racconto pubblico.
Scrivere significa non delegare la narrazione del proprio momento biografico e mediatico.
Anche quando il testo nasce in collaborazione, la sua presenza garantisce che il brano resti allineato a un discorso più ampio che va oltre la canzone.
L’autore qui non è solo chi scrive parole, ma chi controlla il perimetro interpretativo.
La scrittura diventa una forma di regia preventiva, che riduce l’ambiguità e orienta la ricezione.
Marco Masini
Marco Masini partecipa alla scrittura come garante di un linguaggio preciso e storicamente definito.
La sua firma serve a mantenere una frontalità espressiva che è parte integrante del suo rapporto con il pubblico.
Scrivere non è un atto di rinnovamento, ma di continuità identitaria.
Il suo contributo assicura che il testo resti esplicito, diretto, emotivamente leggibile senza mediazioni. In questo caso, l’autorialità non apre spazi nuovi, ma consolida un patto narrativo che dura da decenni.
Francesco Renga
Nel caso di Francesco Renga, la partecipazione alla scrittura non nasce da un’urgenza identitaria, ma da una necessità di adattamento vocale e interpretativo.
Renga interviene per modellare il testo su una voce che ha un peso specifico molto riconoscibile e che richiede equilibrio tra slancio emotivo e controllo.
La sua autorialità è funzionale, non impone una visione, ma corregge la traiettoria del brano affinché risulti credibile nella sua bocca.
Scrivere significa ridurre la distanza tra parola e interpretazione, evitando che il testo sembri estraneo al timbro. È una scrittura di messa a fuoco più che di invenzione.
Fulminacci
Per Fulminacci, l’autorialità è la condizione stessa di esistenza del progetto.
La sua scrittura non è delegabile perché il linguaggio che utilizza, fatto di ironia trattenuta, quotidianità disarmata e malinconia laterale, non può essere tradotto senza perdere precisione.
Partecipare alla stesura serve a preservare un tono che vive di equilibrio fragile.
Anche a Sanremo, la sua firma garantisce che il brano non venga sovrastrutturato o caricato di enfasi estranea.
Scrivere è il modo con cui difende una normalità emotiva che rischierebbe di essere spettacolarizzata.
J-Ax
J-Ax utilizza la scrittura come strumento di controllo del tono.
La sua partecipazione non serve tanto a costruire il testo quanto a presidiare il confine tra leggerezza e banalizzazione.
Scrivere significa assicurarsi che ironia, sarcasmo e provocazione restino leggibili come scelte consapevoli.
La sua autorialità è reattiva, interviene per evitare che il messaggio venga neutralizzato o addolcito.
In questo senso, J-Ax non scrive per raccontarsi, ma per impedire che altri raccontino lui al posto suo.
LDA
Nel caso di LDA, la partecipazione alla scrittura ha un valore fortemente emancipatorio.
Scrivere significa affermarsi come soggetto attivo e non come semplice interprete di un percorso ereditato.
Il suo contributo non è ancora quello di un autore pienamente formato, ma è essenziale per iniziare a definire una voce propria.
Partecipare alla stesura serve a prendere posizione, a indicare una direzione, anche quando il team svolge un ruolo determinante.
L’autorialità qui è un investimento sul futuro, non un punto di arrivo.
Aka7even
Anche per Aka7even la scrittura è un gesto di transizione.
Partecipare alla stesura del brano significa spostarsi dal ruolo di interprete generazionale a quello di artista che inizia a negoziare il proprio linguaggio.
Il suo intervento serve a mantenere coerenza con una traiettoria emotiva che il pubblico già riconosce, evitando però di restare intrappolato in una formula.
Scrivere è un modo per testare limiti e possibilità, senza ancora imporre una cifra definitiva.
Leo Gassmann
Leo Gassmann esercita un’autorialità discreta ma necessaria.
La sua partecipazione alla scrittura serve a mantenere una misura personale, impedendo che la canzone diventi solo un esercizio di eleganza formale.
Scrivere significa rimanere centrato, ancorare il brano a una sensibilità intima che rischierebbe altrimenti di essere assorbita dalla forma.
Il suo contributo non è dominante, ma stabilizzante e garantisce che il testo resti abitabile e non solo ben costruito.
Luchè
L’autorialità di Luchè è selettiva e strategica.
Non scrive per occupare tutto lo spazio del brano, ma per garantire che il linguaggio resti credibile rispetto alla sua storia artistica.
Il suo intervento agisce come un ancoraggio, anche quando la produzione spinge verso una forma più accessibile, la sua firma impedisce che il testo perda peso o coerenza.
Scrivere, per Luchè, non è un atto espressivo totale, ma una scelta di controllo mirato.
Serve a mantenere una linea identitaria dentro un contesto che tende alla mediazione.
È un’autorialità che non cerca centralità, ma autorevolezza.
Malika Ayane
Malika Ayane partecipa alla scrittura per difendere un’idea precisa di misura ed eleganza.
Il suo contributo non nasce dall’urgenza autobiografica, ma dalla necessità di preservare un equilibrio tra voce, testo e atmosfera.
Scrivere significa intervenire sui dettagli, limare e sottrarre, evitare che il brano scivoli nell’enfasi o nella retorica.
La sua autorialità è silenziosa ma incisiva, non si impone, ma orienta.
In un contesto come Sanremo, la sua firma serve a mantenere una coerenza stilistica che è parte integrante del suo percorso artistico.
Mara Sattei
Nel caso di Mara Sattei, la scrittura è un gesto profondamente relazionale.
Partecipare alla stesura del brano significa mantenere un’identità costruita nel tempo all’interno di un nucleo creativo condiviso.
La sua autorialità non è individualistica, ma corale: scrive per restare dentro un linguaggio che sente proprio perché è nato in un contesto familiare e produttivo preciso.
Il suo contributo serve a garantire continuità emotiva e coerenza timbrica.
Scrivere, per lei, è un modo per non delegare completamente la propria voce, pur accettando la collaborazione come metodo.
Maria Antonietta
Maria Antonietta esercita un’autorialità che nasce dalla parola prima ancora che dalla musica.
La sua partecipazione alla scrittura è indispensabile perché il suo progetto artistico si fonda su un uso preciso del linguaggio, fatto di intimità, ironia sommessa e osservazione quotidiana.
Scrivere significa mantenere un controllo diretto sul tono, evitare che il testo venga spostato verso registri che non le appartengono.
Anche a Sanremo, la sua firma serve a proteggere una fragilità consapevole, che non cerca l’effetto ma la risonanza.
L’autorialità qui è una forma di presenza vigile, non di affermazione urlata.
Colombre
Per Colombre, la scrittura è un atto di costruzione dialogica.
Il suo contributo non mira a emergere come voce dominante, ma a creare uno spazio condiviso in cui il testo possa respirare.
La sua autorialità lavora sulla sottrazione, sull’equilibrio, sulla capacità di lasciare zone di silenzio.
Scrivere significa predisporre un terreno comune, più che imporre una direzione.
In questo senso, la sua firma è fondamentale per mantenere il brano in una dimensione intima e riflessiva, lontana dalla spettacolarizzazione emotiva.
Michele Bravi
Michele Bravi partecipa alla scrittura per proteggere la vulnerabilità del testo.
Il suo intervento serve a evitare che l’esperienza personale venga trasformata in puro dispositivo narrativo.
Scrivere significa stabilire dei confini, decidere cosa può essere detto e cosa deve restare implicito.
La sua autorialità non è espansiva, ma cauta, entra per contenere, non per amplificare.
In un contesto ad alta esposizione come Sanremo, questa scelta è una forma di responsabilità verso se stesso e verso il pubblico.
Nayt
Per Nayt la scrittura non è un accessorio, ma un presidio etico.
Partecipare alla stesura del brano significa assicurarsi che ciò che viene detto resti coerente con una visione del mondo costruita nel tempo, spesso in opposizione a semplificazioni e scorciatoie.
La sua autorialità serve a mantenere un linguaggio diretto, asciutto, privo di compiacimenti.
Scrivere è un modo per non delegare la responsabilità del messaggio, soprattutto in un contesto che tende a smussare i conflitti.
È una scelta di controllo morale prima ancora che artistico.
Raf
Raf esercita un’autorialità di continuità storica.
La sua partecipazione alla scrittura serve a mantenere un linguaggio immediatamente riconoscibile, che il pubblico associa a un’idea precisa di canzone italiana.
Scrivere, per lui, non significa rinnovare radicalmente, ma garantire coerenza.
Il suo contributo agisce come stabilizzatore, impedisce che il brano si allontani da una cifra che ha attraversato decenni.
È un’autorialità che consolida un patto narrativo già esistente.
Sal Da Vinci
Nel caso di Sal Da Vinci, la scrittura è un gesto di appartenenza.
Partecipare alla stesura significa radicare il brano in una tradizione popolare e teatrale che è parte integrante della sua identità.
La sua autorialità non cerca l’innovazione, ma la continuità con un immaginario condiviso.
Scrivere serve a mantenere un legame diretto con un pubblico che riconosce quella lingua emotiva come propria.
È una scrittura che parla da dentro una comunità, non dall’esterno.
Samurai Jay
Samurai Jay utilizza la scrittura come strumento di definizione identitaria.
Essendo un progetto emergente, partecipare alla stesura è essenziale per evitare che la produzione ne diluisca il profilo.
La sua autorialità serve a fissare coordinate emotive e linguistiche, anche quando il brano è costruito insieme ad altri.
Scrivere è un atto di posizionamento, indica chi è e dove vuole stare.
In un contesto ad alta esposizione, questa scelta è una forma di autodeterminazione.
Sayf
Per Sayf la scrittura è un gesto di affermazione iniziale.
Partecipare alla stesura del brano significa dichiarare una presenza, ancora prima di definire uno stile compiuto.
La sua autorialità non è rifinitura, ma fondazione, serve a impedire che il progetto venga letto come puramente derivativo.
Scrivere, qui, è un modo per prendere parola e occupare uno spazio che altrimenti resterebbe generico.
È un’autorialità in costruzione, ma necessaria.
Serena Brancale
Serena Brancale partecipa alla scrittura per difendere una specificità che non può essere tradotta da altri.
Il suo contributo serve a preservare una dimensione ritmica e vocale molto precisa, legata a un uso del corpo e del tempo musicale.
Scrivere significa assicurarsi che il brano resti aderente a quella fisicità sonora.
La sua autorialità è imprescindibile perché senza di essa la canzone perderebbe identità.
È una scrittura che nasce dal gesto, non dalla teoria.
Tommaso Paradiso
Per Tommaso Paradiso, la scrittura non è una funzione accessoria ma l’asse portante dell’intero progetto artistico.
Il suo ruolo autoriale precede la voce, l’immagine e persino l’arrangiamento, la canzone nasce come racconto prima di diventare brano.
Partecipare alla stesura significa mantenere il controllo su un immaginario fatto di memoria, nostalgia e quotidianità emotiva.
Anche quando lavora con altri autori, Paradiso resta il centro narrativo, colui che decide il punto di vista.
Scrivere, per lui, è il modo con cui dà senso al canto, non il contrario.
Tredici Pietro
Tredici Pietro scrive per garantire un rapporto diretto con il vissuto che racconta.
La sua autorialità nasce da un’esigenza di onestà generazionale: le parole devono appartenere a chi le pronuncia.
Partecipare alla scrittura è un modo per evitare filtri eccessivi, per mantenere una lingua che resti aderente all’esperienza.
Anche quando il brano viene costruito con un team, la sua firma serve a preservare quella prossimità emotiva che è alla base del progetto.
Scrivere significa non perdere contatto con la propria voce interiore.
Angelica Bove
Per Angelica Bove, la scrittura è un atto fondativo.
Partecipare alla stesura del brano non serve ancora a definire uno stile compiuto, ma a dichiarare un’esistenza artistica autonoma.
La sua autorialità è una presa di posizione: indica che la voce che canta non è separata da chi pensa il testo.
Scrivere, in questa fase, significa cominciare a costruire un’identità, anche a costo di restare imperfetti.
È un’autorialità in divenire, ma necessaria per non essere solo interprete.
Blind
Blind utilizza la scrittura come strumento di controllo della postura.
Partecipare alla stesura del brano significa decidere come porsi, che tono assumere, quale immagine restituire.
La sua autorialità non è ancora totalmente strutturata, ma è funzionale a evitare che il progetto venga appiattito su un modello preconfezionato.
Scrivere serve a delimitare il campo, a stabilire confini chiari.
In un contesto competitivo e molto esposto, questa scelta è un primo atto di autodeterminazione.
Soniko
Nel caso di Soniko, la scrittura agisce soprattutto sull’architettura del brano.
Il suo contributo non è tanto emotivo quanto strutturale: interviene per definire forma, equilibrio, andamento narrativo.
Partecipare alla stesura significa incidere sul modo in cui la canzone funziona, più che su ciò che racconta.
La sua autorialità è meno visibile, ma determinante per la tenuta complessiva del pezzo.
Scrivere, qui, è un lavoro di costruzione silenziosa, non di esposizione personale.
Mazzariello
Mazzariello scrive perché il suo progetto nasce dalla parola.
La partecipazione alla stesura del brano è imprescindibile per mantenere un legame diretto tra esperienza e racconto.
La sua autorialità non è mediata, serve a garantire che il testo resti aderente a una sensibilità precisa, spesso intima e riflessiva.
Scrivere significa portare a Sanremo una voce che nasce altrove, senza adattarla completamente al formato.
È un atto di continuità con un percorso personale già definito.
Levante
Nel caso di Levante, parlare di ruolo autoriale significa parlare di paternità piena.
La scelta di firmare testo e musica senza alcun supporto esterno non è un gesto identitario da rivendicare, ma una presa di responsabilità radicale.
Levante non scrive per controllare il racconto, né per proteggersi dal sistema, scrive perché la canzone, prima ancora di essere brano, è atto originario.
Non esiste una separazione tra pensiero, parola e suono; tutto nasce nello stesso spazio creativo.
Questa modalità comporta un rischio evidente: non c’è mediazione, non c’è filtro, non c’è rete di sicurezza.
Ogni limite del testo, ogni fragilità musicale, ogni imperfezione ricade interamente su di lei.
Ma è proprio in questo che si misura la sua posizione autoriale: Levante accetta l’esposizione totale come parte del processo.
Non delega la rifinitura emotiva, non affida ad altri la messa in forma del sentimento.
A Sanremo, dove la scrittura è quasi sempre frutto di negoziazione, la sua scelta introduce una frattura silenziosa.
Non perché sia “più autentica”, ma perché rifiuta la diluizione.
Il brano non nasce per essere ottimizzato, ma per essere espresso.
Il risultato può essere più vulnerabile, meno levigato, ma è coerente fino in fondo con l’origine.
In questo senso, Levante non usa l’autorialità come strumento di potere, ma come assunzione di colpa creativa.
Ogni parola detta sul palco è sua, ogni nota cantata è sua.
Non c’è possibilità di spostare la responsabilità altrove.
Ed è proprio questa esposizione totale a rendere il suo caso unico all’interno del Festival.
La scelta opposta: quando l’artista non scrive
È fondamentale chiarire che Nicolò Filippucci, Patty Pravo ed Elettra Lamborghini sono gli unici artisti a non aver contribuito in alcun modo alla scrittura del loro brano. Questa assenza non è una mancanza, ma una scelta di ruolo.
In questi casi l’artista decide di collocarsi esclusivamente sul piano dell’interpretazione, affidando completamente il racconto a un team esterno. È una delega piena, che sposta il baricentro dalla parola alla presenza, dalla scrittura alla resa scenica, dalla costruzione del testo alla sua incarnazione.
Patty Pravo, in particolare, storicamente non ha quasi mai fatto coincidere il proprio valore con l’autorialità: la sua forza risiede nell’attraversare le canzoni, non nel generarle.
Nicolò Filippucci sceglie una posizione ancora in formazione, in cui l’interprete si mette al servizio del brano per misurarsi con il palco.
Elettra Lamborghini, infine, conferma un’impostazione in cui il progetto è fondato sull’immagine e sull’energia performativa più che sulla scrittura.
In un Festival che spesso celebra chi “scrive ciò che canta”, queste tre scelte ricordano la verità semplice ma spesso rimossa che non esiste un solo modo legittimo di abitare una canzone.
Scrivere è una responsabilità.
Non scrivere lo è altrettanto.

Commenti
Posta un commento