Horla, il diario segreto di un pazzo (Diary of a Madman) - 1963: Il Diavolo della ragione e la discesa morale
Nel 1963 Reginald Le Borg, autore spesso sottovalutato ma decisivo nel dare al racconto un tono di glaciale ambiguità, porta sullo schermo Horla – Il diario segreto di un pazzo, noto internazionalmente come Diary of a Madman, uno dei film più cupi e meno accomodanti della lunga collaborazione tra il regista e Vincent Price.
Lontano dall’horror gotico più decorativo che aveva reso celebre il sodalizio con Edgar Allan Poe, questo film si muove su un terreno più instabile e inquietante, quello della possessione mentale, del dubbio ontologico e della lenta dissoluzione dell’identità.
La vicenda è ambientata in una Parigi fin de siècle filtrata da un’atmosfera livida, quasi astratta.
Il protagonista, il magistrato Simon Cordier, è un uomo di legge integerrimo, convinto razionalista, sostenitore di una giustizia fondata su principi morali e umanitari.
È proprio questa fiducia incrollabile nella ragione a renderlo vulnerabile. Quando entra in contatto con un antico manoscritto appartenuto a un folle giustiziato, Cordier apre una porta che non potrà più richiudere, quella dell’Horla, entità invisibile e insinuante che si installa nella sua mente come un parassita.
Il film non chiarisce mai del tutto la natura dell’Horla, e proprio questa ambiguità ne costituisce la forza.
La creatura non ha corpo, non ha volto, non ha una presenza fisica riconoscibile, non concede appigli visivi allo spettatore.
La sua azione è interamente mentale, insinuante, progressiva. È una voce che persuade, che argomenta, che razionalizza il male dall'interno. si mostra suadente, autoritaria, lucida nella sua crudeltà.
Eppure domina ogni gesto, ogni pensiero, ogni deviazione morale del protagonista.
Più che un semplice spirito maligno, l’Horla assume i tratti di un diavolo moderno: non tenta con l’eccesso, ma con la logica, non spinge al caos, ma a una nuova forma di ordine fondato sull’arbitrio e sulla sopraffazione, non seduce con la promessa del piacere, ma con l’illusione della superiorità morale. L’atrocità non nasce dall’istinto, bensì da una logica fredda che giustifica ogni gesto come necessario, inevitabile, perfino giusto.
Sotto la sua influenza, Cordier si trasforma progressivamente e diventa giudice assoluto, al di sopra delle leggi che un tempo difendeva.
L’uomo che difendeva i deboli diventa un giudice spietato, capace di condannare e uccidere senza esitazione, convinto di essere lo strumento di una verità superiore. Il male, in questo racconto, non è mai urlato o spettacolare, è freddo, razionale, quasi burocratico.
Le atrocità commesse non nascono da un impulso incontrollato, ma da una logica perversa che l’Horla instilla con pazienza, sfruttando l’ego e il senso di superiorità morale del suo ospite, è ponderata, calibrata, amministrata come un atto dovuto.
Il film costruisce così un ritratto spietato di come il male possa annidarsi nella razionalità stessa, trasformandola in strumento di dominio.
La follia si organizza.
Vincent Price affronta questo percorso con un controllo impressionante.
Il suo Cordier non è un uomo che perde improvvisamente il senno, ma qualcuno che assiste con terrore alla propria perdita di controllo, cercando disperatamente di razionalizzare l’irrazionale, cercando di opporle resistenza attraverso la ragione, proprio mentre la ragione gli viene sottratta. Ogni esitazione, ogni silenzio, ogni sguardo trattenuto contribuisce a rendere la possessione un processo interno, quasi intimo, privo di qualsiasi compiacimento spettacolare.
La sua straordinaria interpretazione è il vero asse portante del film.
L’attore costruisce un personaggio in bilico costante tra lucidità e abisso, evitando qualsiasi eccesso caricaturale.
Il volto di Price diventa così un campo di battaglia silenzioso, attraversato da impercettibili variazioni di tono, sguardo e postura, che raccontano una mente assediata.
La regia di Le Borg accompagna questa discesa con uno stile essenziale e claustrofobico.
Gli spazi si fanno via via più chiusi, le inquadrature più opprimenti, come se l’intero mondo si stesse restringendo attorno al protagonista.
L’assenza quasi totale di effetti speciali per rappresentare l’Horla rafforza l’idea che il vero orrore non risieda nell’esterno, ma nella frattura interna dell’individuo, nel punto in cui la coscienza smette di essere sovrana.
Le Borg imprime al film un tono diverso, più sobrio e psicologico, meno barocco rispetto alla cifra cormaniana. È anche grazie a questa regia più asciutta che l’Horla assume quei tratti quasi metafisici e “diabolici” che lo rendono così perturbante.
Dove l’horror gotico coevo privilegiava l’eccesso visivo e l’estetica decadente, Le Borg sceglie la sottrazione, lasciando che il vero orrore emerga dal conflitto morale e dalla progressiva dissoluzione dell’identità.
Alla base del film si trova il celebre racconto Le Horla di Guy de Maupassant, pubblicato in due versioni tra il 1886 e il 1887.
Maupassant concepì l’Horla come una presenza indecidibile, uno spirito maligno, entità extraterrestre, proiezione della follia o incarnazione delle paure scientifiche del tempo.
Il testo, strutturato come un diario personale, rifletteva anche l’angoscia dell’autore di fronte al proprio progressivo declino mentale.
Maupassant, segnato dal proprio declino psichico, trasformò il diario in uno spazio di lotta tra lucidità e annientamento. Il film riprende questa struttura intima, ma ne sposta il baricentro, concentrandosi sulle conseguenze etiche della possessione più che sul dubbio clinico.
Il film traduce questa ambiguità in immagini, spostando l’asse dal dubbio esistenziale alla responsabilità morale: cosa accade quando il male non distrugge la ragione, ma la utilizza?
Qui il male non è un’eccezione mostruosa, ma una possibilità sempre presente nell’uomo che si arroga il diritto di giudicare senza limiti.
L’Horla non distrugge la coscienza, la colonizza.
Non impone il caos, costruisce un nuovo ordine fondato sulla violenza giustificata.
È questa visione, fredda e disperata, a rendere il film ancora oggi profondamente disturbante.
Il diavolo, qui, non arriva dall’esterno, parla con la nostra stessa voce.
In questa prospettiva, Horla – Il diario segreto di un pazzo si distingue come un’opera profondamente pessimista.
Non offre consolazioni né redenzioni facili.
L’Horla non viene sconfitto, perché non può esserlo davvero, è l’ombra che si annida nella mente umana quando il desiderio di dominio si traveste da giustizia.
Il film suggerisce che il vero inferno non è l’irrazionale, ma la convinzione di essere nel giusto mentre si oltrepassa ogni limite.
A distanza di decenni, questa pellicola resta uno dei ritratti più inquietanti della possessione demoniaca mai realizzati, proprio perché priva il diavolo di corna e fiamme e lo colloca là dove fa più paura, nella voce interiore che sussurra, con calma glaciale, che tutto è permesso.
Qui una playlist con il film, doppiato in italiano, diviso in 13 parti:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLqykziRHg5obRKXUj_h5a_kLv2wLLvjyu

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