Il demonio di Brunello Rondi è uno di quei film che pur non cercando lo scandalo, finiscono per produrlo proprio per la loro radicale onestà.
Uscito nel 1963, si colloca in una fase di profonda ambiguità della società italiana, tra il boom economico che stava ridefinendo i centri urbani e l’immaginario collettivo e vaste aree del Paese in cui restavano ancorate le strutture mentali arcaiche, dominate da superstizione, controllo sociale e religiosità punitiva.
Rondi sceglie di non raccontare questa frattura in modo allegorico o distanziato, ma di incarnarla interamente in un corpo, in una voce, in uno sguardo che non trova mai un luogo in cui essere accolto.
La vicenda di Purificata, giovane donna lucana sospettata di essere posseduta dal demonio, non è costruita come un classico racconto dell’orrore.
Sin dalle prime sequenze, il film suggerisce che ciò che viene percepito come possessione è in realtà un cortocircuito tra desiderio individuale e ordine collettivo.
Purificata non accetta il destino che le viene imposto, non interiorizza la colpa, non si adegua alle aspettative di genere e di comportamento.
È questa resistenza silenziosa, più di qualsiasi gesto eclatante, a renderla intollerabile agli occhi della comunità.
Il demonio, prima ancora di essere evocato, è già stato deciso.
Il legame con gli studi antropologici di Ernesto de Martino, a cui Brunello Rondi si è ispirato per scrivere la sceneggiatura, non è un semplice riferimento culturale, ma la vera ossatura teorica dell’opera.
Le ricerche condotte da de Martino in Basilicata sul tarantismo, sul lutto ritualizzato e sulle crisi individuali gestite attraverso il mito e il rito, trovano nel film una traduzione cinematografica sorprendentemente rigorosa.
Rondi non osserva il mondo contadino da una posizione di superiorità illuminista, né lo idealizza come deposito di autenticità perduta.
Ne mostra piuttosto la struttura difensiva, il bisogno di nominare il male per circoscriverlo, di trasformare il disagio in spettacolo pubblico affinché l’ordine non venga messo in discussione.
In questo senso, Il demonio è uno dei primi film a tematizzare la possessione non come evento soprannaturale, ma come costruzione sociale.
La figura del sacerdote, i rituali, le preghiere collettive, i gesti ossessivi della folla non producono alcuna guarigione mentre, al contrario, accelerano il processo di frantumazione dell’identità della protagonista.
La macchina da presa insiste sui volti che osservano, giudicano, attendono un segno, restituendo la sensazione di un accerchiamento costante.
Non esiste uno spazio neutro perché ogni sguardo è già una sentenza.
È inevitabile collocare Il demonio tra le opere che precedono e in qualche modo anticipano il grande filone cinematografico delle possessioni, divenuto popolare solo un decennio più tardi con L'esorcista di William Friedkin.
Ma il confronto, più che avvicinare i due film, ne chiarisce la distanza ideologica.
Se Friedkin mette in scena uno scontro metafisico, spettacolare e profondamente radicato nella tradizione cattolica del Bene contro il Male, Rondi svuota progressivamente la dimensione teologica per lasciare emergere una violenza tutta umana.
Qui non c’è il terrore dell’ignoto, bensì la paura del diverso, dell’incontrollabile, di ciò che non può essere ricondotto a una norma condivisa.
Anche se è indubbio che una delle scene più iconiche presente in L'esorcista, viene presa da qui, come si può notare dal frame condiviso.
La forza del film risiede anche nella scelta di affidare il ruolo di Purificata a Daliah Lavi, il cui corpo e il cui volto diventano veri e propri campi di battaglia simbolici.
La sua interpretazione evita qualsiasi compiacimento isterico.
La sofferenza non è mai spettacolarizzata, ma è progressiva, stratificata, logorante.
Ogni tentativo di resistenza viene reinterpretato come segno del maligno, ogni silenzio come conferma della colpa.
La follia finale non appare come un crollo improvviso, ma come l’esito inevitabile di una pressione incessante, esercitata in nome della morale, della religione e della tradizione.
Anche l’ambientazione gioca un ruolo decisivo.
La Basilicata filmata da Rondi non è pittoresca né consolatoria.
Un territorio aspro, immobile, quasi fuori dal tempo, che sembra assorbire e riflettere il destino della protagonista.
Le case, le strade, i campi appaiono come prigioni aperte, piuttosto che come luoghi in cui vivere la propria esistenza, in cui tutto è visibile e nulla è davvero privato.
La comunità si configura come un organismo compatto, incapace di tollerare la dissonanza, pronto a espellerla sotto forma di malattia o possessione.
Rivedere oggi Il demonio significa riconoscerne la natura profondamente politica, pur in assenza di qualsiasi dichiarazione ideologica esplicita.
È un film che denuncia l’arretratezza e il bigottismo non attraverso il pamphlet, ma mostrando le loro conseguenze concrete su un individuo reale.
La tragedia di Purificata non nasce da una forza oscura esterna, ma dalla necessità collettiva di preservare un equilibrio fondato sull’esclusione.
In questo senso, il demonio non abita il corpo della protagonista, bensì lo sguardo che la circonda, il linguaggio che la definisce, il rito che la annienta.
È proprio questa lucidità, lontana tanto dall’horror quanto dal realismo sociologico più didascalico, a rendere il film ancora oggi perturbante.
Il demonio non chiede di essere interpretato come un racconto sul soprannaturale, ma come una riflessione implacabile su come una società, nel momento in cui rifiuta di evolversi, finisca per produrre i propri mostri e poi condannarli in nome della normalità.
A distanza di oltre 60 anni, resta un oggetto inquieto nella storia del nostro cinema.
Un approccio asciutto, quasi da documentario, con nessuno scontro, nessuna catarsi, nessuna liberazione, che lascia solo il corpo sacrificato di una donna e la conferma di un ordine che si perpetua attraverso la paura, allora attraverso la religione, oggi con nemici meno atratti ma pur sempre inesistenti.
Rivedere oggi Il demonio significa riconoscere la lucidità con cui Rondi smaschera il meccanismo attraverso cui una società crea i propri demoni per non interrogare se stessa.
Ed è questo, ancora oggi, il suo vero orrore.


Commenti
Posta un commento