Raramente una canzone riesce a imporsi come evento culturale oltre che come semplice vittoria competitiva.
Molitva, interpretata da Marija Šerifović, è uno di quei casi in cui musica, contesto storico e impatto emotivo si fondono in modo quasi irripetibile.
Vincitrice dell’Eurovision Song Contest 2007, la canzone ha segnato una svolta profonda sia per la Serbia, alla sua prima partecipazione come nazione indipendente, sia per l’intera percezione del concorso nel nuovo millennio.
“Molitva”, che in serbo significa preghiera, nasce come una ballata intensa e solenne, costruita su una scrittura melodica essenziale ma potentissima.
L’architettura musicale evita qualsiasi concessione allo spettacolo fine a sé stesso, quindi niente coreografie, niente effetti speciali invasivi, nessun artificio scenico.
Tutto è affidato alla voce, alla parola e a una progressione emotiva che cresce lentamente fino a diventare travolgente. In un’epoca eurovisiva sempre più dominata da inglese, ritmi dance e formule pop facilmente esportabili, la scelta di presentarsi con un brano interamente in serbo appare, col senno di poi, quasi rivoluzionaria.
Il testo di “Molitva” parla di amore come atto di devozione, di attesa e di resa emotiva.
Non c’è rabbia, non c’è rivendicazione esplicita, ma una tensione interiore costante, una supplica che assume contorni universali proprio grazie alla sua specificità linguistica.
È una canzone che non cerca di spiegarsi, chiede piuttosto di essere sentita. Questo elemento ha giocato un ruolo decisivo nel suo successo trasversale, capace di superare barriere culturali e linguistiche senza mai annullarle.
L’interpretazione di Marija Šerifović è centrale e irriproducibile, ma abbiamo rischiato di non vederla mai.
La sua presenza scenica, sobria e quasi austera, rompe con gli stereotipi di genere spesso associati al pop eurovisivo.
Vestita in modo semplice, con un’immagine androgina che allora fece discutere, Marija si presenta come una figura fuori dal tempo, concentrata esclusivamente sull’atto del canto.
La sua voce, profonda e densa di sfumature, alterna fragilità e forza con una naturalezza disarmante, trasformando ogni nota in un atto di verità emotiva.
Dal punto di vista storico, la vittoria di “Molitva” assume un valore simbolico enorme.
La Serbia, reduce da anni di instabilità politica e da un complesso processo di ridefinizione identitaria dopo la dissoluzione della Serbia e Montenegro, trova in questa canzone una forma di racconto collettivo non dichiarato.
Senza riferimenti espliciti, il brano diventa una sorta di catarsi nazionale, un modo per presentarsi all’Europa non attraverso slogan o immagini folkloristiche, ma tramite un’emozione condivisibile e profondamente umana.
Il sistema di voto del 2007, che combinava televoto e giurie, premiò proprio questa capacità di parlare a pubblici diversi.
“Molitva” ottenne un consenso ampio e trasversale, dimostrando che l’Eurovision poteva ancora essere un luogo in cui la qualità interpretativa e la forza emotiva contavano quanto, se non più, della strategia pop. Non è un caso che, negli anni successivi, molti artisti abbiano tentato di replicare quella formula di autenticità, spesso senza riuscire a coglierne la sostanza più profonda.
Tra le curiosità più interessanti, va ricordato che “Molitva” è l’ultima prima di una lunga egemonia dell’inglese come lingua percepita come “necessaria” per vincere, durata circa un decenni.
Dal 1999, anno in cui viene abolito l’obbligo di cantare nella lingua nazionale) fino al 2007, tutte le canzoni vincitrici erano in inglese, con una sola eccezione parziale.
Già nel 1998 con Diva di Dana International abbiamo una vittoria non completamente in lingua, dato che il ritornello, ripetuto più volte, non è in ebraico, quindi una canzone “interamente” non inglese,
mentre negli anni precedenti, data l'egemonia irlandese degli anni 90, solo nel 1995 abbiamo un brano totalmente in una lingua diversa dall'inglese, per quanto siano solo 24 le parole cantante in norvegese, tra l'altro imposte, dato che i Secret Garden avrebbero voluto presentare il brano totalmente strumentale, invece per un brano totalmente cantato, in una lingua diversa dall'inglese, ci fermiamo al 1991.
Arriviamo quindi al 2007.
Qui succede qualcosa di diverso e, per molti versi, inatteso.
“Molitva” è completamente in serbo.
Vince senza compromessi linguistici.
Lo fa in un’epoca in cui l’inglese era considerato quasi obbligatorio per essere competitivi.
Per questo, all’epoca, la vittoria fu letta come un’anomalia potente, quasi un’eccezione che confermava la regola.
Non aprì subito una nuova tendenza, anzi, per anni sembrò restare un caso isolato.
Infatti, tra il 2008 e il 2016 tornano a vincere solo brani in inglese.
Anche quando altri paesi propongono lingue nazionali, non vincono.
Ed è qui che nasce il “mito” di Molitva: per quasi dieci anni viene citata come l’ultima prova che si potesse vincere cantando nella propria lingua, prima che l’Eurovision sembrasse definitivamente anglo-centrico.
“1944”, vincitrice nel 2016, rappresenta un primo scarto rispetto all’inglese puro, ma non una rottura completa.
È come se il concorso stesse iniziando a rimettere le lingue altre in una posizione importante, ma ancora con una sorta di “rete di sicurezza” anglofona, per garantire comprensione immediata e impatto internazionale.
Il brano contiene passaggi fondamentali in tataro di Crimea, soprattutto nel ritornello.
Quelle frasi sono il cuore emotivo e identitario del brano, legato alla deportazione del popolo tataro. Tuttavia, dal punto di vista formale, non è una canzone totalmente non inglese.
Ed è proprio questa la differenza che rende “Molitva” un caso ancora più netto e la svolta vera e propria arriva solo nel 2017 con la vittoria del Portogallo con "Amar pelos dois", primo vincitore interamente non inglese dopo Molitva, dieci anni dopo.
“Molitva” è stata per dieci anni l’ultima a dimostrare che l’inglese non era indispensabile, diventando un riferimento simbolico per chi criticava l’omologazione linguistica del concorso, aprendo pian piano un varco che, a distanza di quasi 20 anni, ha portato le lingue nazionali e riprendersi il loro spazio. "Molitva” resta il precedente radicale, quello che dimostra che si può vincere affidandosi esclusivamente a una lingua diversa dall’inglese in piena era pop-globalizzata.
Inoltre, come accennavo prima, il brano era inizialmente pensato per un interprete diversa, ma solo con la voce di Marija ha trovato la sua forma definitiva, come se testo e interprete fossero destinati a incontrarsi.
La canzone, infatti, era stata inizialmente pensata per Jelena Tomašević, una delle voci pop più affermate e riconoscibili della scena serba di quegli anni, che sarà scelta come rappresentante della Serbia l'anno successivo.
Gli autori immaginavano “Molitva” con un’interpretazione più classica, lirica e conforme ai canoni tradizionali della ballata eurovisiva.
Durante le prime fasi di selezione interna, il brano circolava infatti come possibile veicolo per una cantante dall’impostazione vocale più “pulita” e istituzionale, capace di valorizzarne la melodia in modo elegante ma prevedibile.
Quando però Marija Šerifović entrò in gioco, la canzone cambiò pelle. La sua voce più scura, la tensione emotiva costante e quell’urgenza quasi ruvida trasformarono “Molitva” da ottima ballata a esperienza emotiva totalizzante. Non si trattò di un semplice cambio di interprete, ma di una riscrittura implicita del senso stesso del brano, attraverso l'interpretazione, anche fisica.
È uno di quei rari casi in cui una canzone trova la propria identità definitiva solo nel corpo e nella voce di chi la canta.
Con Jelena sarebbe probabilmente stata impeccabile; con Marija è diventata storica.
Un altro dettaglio spesso trascurato è che le coriste sul palco non erano semplici accompagnatrici vocali ma rappresentavano simbolicamente diverse declinazioni dell’amore, quasi fossero un coro interiore che amplifica il conflitto emotivo della protagonista.
Le cinque comparse non sono mai state “spiegate” ufficialmente, ma la loro funzione scenica è talmente chiara da aver generato, negli anni, un’interpretazione condivisa e coerente.
Non sono semplici coriste ma proiezioni emotive, quasi frammenti interiori dell’amore che la voce principale sta vivendo.
Dentro "Molitva" l’amore non è univoco, ma scomposto, come se una sola persona non bastasse a contenerlo, così ogni figura sul palco incarna una possibile declinazione.
La prima è l’amore devoto, quello che resiste anche quando non viene ricambiato.
È l’amore che accetta la sproporzione, che continua a dare pur sapendo di non ricevere nella stessa misura.
La sua presenza è ferma, composta, quasi sacrale e rappresenta l’idea di amore come atto di fede, non come scambio.
Accanto a questa c’è l’amore ferito, segnato dalla perdita o dal tradimento.
È una forma di amore che non smette di esistere anche dopo la rottura, ma cambia colore, diventando nostalgia, rimpianto, memoria dolorosa.
La postura e l’espressione suggeriscono una tensione trattenuta, come se il dolore fosse ormai interiorizzato.
Un’altra figura incarna l’amore orgoglioso, quello che non chiede, non supplica, non si piega.
È l’amore che sceglie la dignità anche a costo della solitudine. Non è freddo, ma controllato; non è assenza di sentimento, ma rifiuto di annullarsi per l’altro.
C’è poi l’amore vulnerabile, il più esposto.
È l’amore che ha paura di perdersi, che teme l’abbandono, che vive nell’attesa.
Qui l’emotività è più visibile, meno protetta, ed è la parte che trema mentre le altre cercano equilibrio. Spesso è quella in cui il pubblico si riconosce di più, forse proprio perché più vicino alla cantante.
Infine, la quinta presenza può essere letta come l’amore collettivo o universale, quasi un coro interiore che trascende la relazione individuale.
Non parla di una persona sola, ma dell’esperienza umana dell’amare, del il bisogno di connessione, di essere visti, di non essere soli.
È ciò che permette alla canzone di uscire dalla dimensione privata e diventare condivisibile.
Marija, al centro, non è una di loro, è il punto di confluenza.
Le altre non la accompagnano, la abitano.
In questa chiave, la performance diventa un dialogo interno reso visibile, una preghiera non rivolta a qualcuno in particolare, ma all’amore stesso, in tutte le sue forme possibili.
Ed è anche per questo che la messa in scena funziona senza spiegazioni, perché non racconta una storia, mostra uno stato.
Un amore che non può essere ridotto a una sola voce.
A distanza di anni, “Molitva” non è ricordata solo come una canzone vincitrice, ma come un momento di sospensione nella storia dell’Eurovision.
Un attimo in cui il rumore si è fermato, lasciando spazio a una voce che pregava, non per vincere, ma per essere ascoltata.
Ed è forse proprio per questo che continua a risuonare con la stessa intensità di quella notte a Helsinki, perché non chiede consenso, ma connessione.
Una conferma dell'ipotesi del significato delle comparse nella lettura dell'interpretazione scenica dell'esibizione, possiamo averla quando l'anno successivo, Marija sarà protagonista dell'Opening del Grand Final dell'edizione 2008.
Accanto a lei, che è in abiti maschili, è presente una comparsa in abito bianco da sposa, come a rappresentare l'amore proibito, che l'anno precedente non era menzionato, tanto da venire spogliata di quell'abito e restare prima in abito classico maschile e poi, dopo un'ulteriore mossa scenica, restare in un abito duale, che divide l'amore proibito tra bianco e nero (fino al minuto 4.15, da praticamente subito).
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